Taser, lo strumento che divide: perché è una scelta di sicurezza e non di violenza
- Francesco Carbone

- 16 set 2025
- Tempo di lettura: 3 min

C’è chi lo vede come un’arma pericolosa, e chi come un salvagente per le nostre Forze dell’Ordine. Il taser torna a far discutere dopo gli ultimi fatti di cronaca: a Reggio Emilia un uomo di 41 anni, colpito con il dispositivo mentre era in forte stato di agitazione, è morto poco dopo in ospedale. Non è il primo caso, e non sarà l’ultimo a finire sotto la lente dell’opinione pubblica.
Ogni volta che accade, scatta il riflesso: “basta taser, è troppo rischioso”. Ma siamo sicuri che questa sia la conclusione giusta?
Il punto tecnico che molti ignorano
Il taser non è un giocattolo, né tantomeno un’arma letale. È uno strumento a bassa letalità, pensato per immobilizzare momentaneamente una persona attraverso impulsi elettrici che bloccano i muscoli. Un’alternativa a mani nude o pistola, niente di più e niente di meno.
Chi critica dimentica un dettaglio fondamentale: senza taser, spesso l’agente deve arrivare al corpo a corpo, con conseguenze imprevedibili. Oppure deve estrarre l’arma da fuoco, e allora sì che il rischio diventa irreversibile. Meglio un impulso di qualche secondo, per quanto spiacevole, o un colpo di pistola che non lascia scampo?
Certo, il taser non è privo di rischi. Se la persona colpita ha problemi cardiaci, se è sotto l’effetto di droghe, se i dardi colpiscono zone vitali come il torace, le conseguenze possono aggravarsi. Ma per questo esistono protocolli, addestramento, regole precise: la durata della scarica non può superare determinati limiti, l’intervento va documentato, e gli agenti sono formati per riconoscere segnali di emergenza medica.
Non stiamo parlando di uno strumento lasciato al caso: stiamo parlando di un dispositivo che, come ogni tecnologia, va usato con intelligenza e responsabilità.
A Reggio Emilia, a Genova, a Olbia e in altre città italiane, il taser è stato coinvolto in tragedie che hanno acceso il dibattito. È giusto chiedersi cosa sia accaduto in quei momenti: l’uso è stato corretto? La persona era già in condizioni critiche? Le procedure di soccorso sono state immediate?
Domande legittime, che meritano risposte. Ma trasformare singoli episodi in una condanna totale di questo strumento significa dimenticare che, nella maggioranza degli interventi, il taser evita il peggio. E questo, purtroppo, non fa notizia.
Difendere il taser non significa ignorare i rischi, ma guardare in faccia la realtà: viviamo in tempi in cui le Forze dell’Ordine devono fronteggiare situazioni sempre più complesse, da soggetti in preda a crisi psichiche a persone sotto effetto di sostanze. E spesso, in quei pochi istanti di caos, c’è da scegliere tra un colpo che immobilizza e uno che uccide.
Il taser è quello strumento “di mezzo” che offre una possibilità in più: fermare senza eliminare. È un’arma che, se ben regolata, protegge chi la usa e chi la subisce.
Ed è qui che entra in gioco la politica. Perché se davvero vogliamo tutelare cittadini e operatori, lo Stato non può cedere alle facili demagogie. Deve invece garantire strumenti moderni, protocolli chiari, formazione continua e trasparenza assoluta.
Lasciare un agente senza alternative significa condannarlo a scegliere tra due estremi: inerzia o fuoco. È questo il modello di sicurezza che vogliamo?
Chi governa ha il dovere di difendere chi indossa una divisa, dotandolo di mezzi adeguati e sicuri. Non per moltiplicare la violenza, ma per prevenirla. Il taser, con i suoi limiti e le sue potenzialità, è parte di questa responsabilità politica. Ed è proprio la politica che deve decidere se stare dalla parte dei proclami facili o dalla parte concreta della sicurezza.
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