Quando si dice “resuscitare i morti”…
- Francesco Carbone

- 11 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min

Questa volta non è solo un modo di dire. Meta Platforms, almeno in termini digitali, sembra volerci provare davvero. Il brevetto depositato per un sistema di intelligenza artificiale capace di simulare l’attività online di una persona dopo la morte – commenti, messaggi, interazioni ricostruite a partire dai suoi dati – apre uno scenario che fino a pochi anni fa avremmo relegato alla fantascienza. L’idea dichiarata è quella di evitare il “vuoto” lasciato da un account che improvvisamente tace. Ma siamo davvero certi che quel silenzio sia un vuoto da colmare?
Viviamo in un tempo in cui l’identità digitale è diventata una proiezione della nostra persona: il profilo social non è più soltanto uno spazio di condivisione, ma un archivio di emozioni, relazioni, opinioni, ricordi. È comprensibile, dunque, che qualcuno pensi di poter prolungare quella traccia anche oltre la vita biologica. Eppure, proprio qui si apre una frattura profonda. Perché una cosa è conservare la memoria, altra cosa è simulare la presenza. Ricevere un messaggio “da” una persona che non c’è più, sapendo che quelle parole sono generate da un algoritmo addestrato sui suoi dati, sarebbe un conforto o una sofisticata illusione?
Chi mi legge sa che non ho mai assunto una posizione pregiudiziale contro l’intelligenza artificiale. Nel mio libro L’Energia Umana ho sostenuto con chiarezza che l’AI non è un sostituto dell’uomo, ma un facilitatore: uno strumento potente per gestire azioni ripetitive, ridurre l’errore umano, analizzare grandi quantità di dati con precisione e rapidità. L’intelligenza artificiale, se ben governata, è un acceleratore di efficienza e un alleato della produttività. Ma uno strumento deve avere un perimetro. E in questo caso, a mio avviso, quel perimetro viene oltrepassato.
Lo dico anche da cristiano, prima ancora che da tecnico. La morte non è un bug del sistema da correggere con una patch tecnologica. Fa parte della vita, del suo ordine naturale, del suo mistero. È un passaggio che chiede rispetto, silenzio, memoria. I defunti non hanno bisogno di continuare a pubblicare post per restare vivi nel cuore di chi li ha amati. Vanno ricordati per ciò che hanno costruito, per le parole autentiche pronunciate in vita, per i frutti lasciati sulla terra: figli, opere, insegnamenti, testimonianze. È questa la vera eredità, non una replica statistica del loro stile comunicativo.
C’è poi una questione che non possiamo ignorare: chi controllerà quel “gemello digitale”? Chi stabilirà se e come dovrà continuare a interagire? Basterà una clausola nei termini di servizio per decidere il destino digitale di una persona? E se l’algoritmo generasse frasi che il defunto non avrebbe mai detto, chi si assumerebbe la responsabilità morale di quella voce artificiale? Un modello linguistico può imitare la forma, ma non possiede la coscienza. Può riprodurre la sintassi, ma non l’anima.
E ancora: quale effetto produrrebbe tutto questo su chi resta? Il lutto è un processo doloroso ma necessario. È il tempo attraverso cui si trasforma l’assenza in memoria. Se un’intelligenza artificiale continua a simulare la presenza, non rischiamo di sospendere quel cammino? Di creare una zona ambigua in cui non si è più né nel ricordo né nella realtà? Vogliamo davvero un mondo in cui nessuno se ne va mai del tutto, o stiamo semplicemente dimostrando di avere paura del silenzio e della finitudine?
Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è umanamente opportuno. Il progresso è una straordinaria conquista quando resta al servizio dell’uomo; diventa hybris quando pretende di ridefinire i confini ultimi dell’esistenza. L’intelligenza artificiale può migliorare un processo industriale, ottimizzare un sistema energetico, supportare un medico nelle diagnosi. Ma può – e deve – intervenire nel mistero della vita e della morte?
Provo a lasciare a voi l’ultima domanda. Se domani riceveste un messaggio “ricostruito” da vostro padre, da vostra madre, da vostro nonno, lo aprireste? Vi darebbe pace o vi inquieterebbe? Vi aiuterebbe a ricordare o vi impedirebbe di accettare? Io una risposta ce l’ho, e nasce dalla convinzione che l’uomo non sia un algoritmo e che il silenzio dei defunti meriti rispetto. Ma il dibattito è aperto: dove mettereste voi il limite?
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