Crans-Montana: tragedia inevitabile o catena di errori evitabili?
- Francesco Carbone

- 5 gen
- Tempo di lettura: 3 min

Sono passati alcuni giorni dalla tragedia di Crans-Montana. Giorni di silenzio, di riflessione, di rispetto. Un silenzio che ho ritenuto doveroso, prima di ogni commento. Oggi, però, quel silenzio lascia spazio a una domanda che non può essere rimandata: com’è possibile che tutto questo sia accaduto?
Prima di ogni analisi, resta ferma una certezza: la vicinanza e le più sincere condoglianze alle famiglie delle vittime. Il dolore non si discute, non si relativizza, non si tecnicizza. Ma proprio per rispetto verso chi non c’è più, diventa necessario capire, approfondire, interrogarsi.
Perché qui non siamo davanti a una fatalità cieca.
Un Paese avanzato, una tragedia arcaica
La rabbia nasce da un dato oggettivo: un’intera generazione di ragazzi giovanissimi ha perso la vita in uno Stato considerato avanzato, spesso indicato come esempio di virtuosità, ordine ed efficienza.Ed è proprio questo che rende la tragedia ancora più incomprensibile.
Viviamo in società che normano tutto:la temperatura degli edifici,i consumi energetici,le calorie giornaliere,ogni aspetto della quotidianità viene regolato, controllato, certificato.
E allora la domanda è inevitabile: com’è possibile che un tema cruciale come la prevenzione incendi venga ancora trattato con tale superficialità?
Il fuoco: fisica, non ideologia
Un incendio non è mai un evento improvviso e “magico”. È sempre il risultato di una catena di fattori noti, studiati, codificati.
In questo caso, diversi elementi meritano attenzione.
Il primo è il principio di innesco. In ambienti affollati, chiusi, con materiali d’arredo e finiture potenzialmente combustibili, anche una fiamma apparentemente “scenografica” può diventare il punto di partenza di un disastro. La fisica del fuoco non ammette deroghe.
Il secondo elemento è la temperatura elevatissima delle fiamme e la rapidità di propagazione. In spazi confinati, il passaggio da un principio d’incendio a una condizione di flashover può avvenire in pochissimi secondi. Quando questo accade, ogni possibilità di controllo manuale è già persa.
E poi c’è un aspetto tecnico spesso sottovalutato, ma decisivo: l’apporto di comburente.L’apertura improvvisa di finestre o varchi verso l’esterno, in presenza di un incendio già avviato, può trasformarsi in un vero e proprio accelerante. L’ossigeno alimenta le fiamme, aumenta la temperatura, moltiplica la velocità di propagazione. Un gesto istintivo, comprensibile nel panico, ma devastante dal punto di vista fisico.
La domanda, quindi, è brutale ma necessaria: quelle condizioni erano previste? Erano state simulate? Erano state considerate nei piani di sicurezza?
Tutto questo porta a un interrogativo più ampio:la prevenzione incendi è ancora vissuta come un adempimento burocratico o come una vera cultura della sicurezza?
Perché le normative esistono. Le conoscenze tecniche pure. L’ingegneria della sicurezza ha strumenti avanzatissimi per valutare scenari, carichi d’incendio, vie di fuga, comportamenti in emergenza. E allora cosa è mancato?
Formazione?Controlli?Responsabilità nella gestione?Oppure la solita, pericolosissima convinzione che “tanto non succederà”?

Da tragedia a lezione
È giusto che i responsabili paghino, se verranno accertate responsabilità. Ma non è sufficiente.Questa tragedia deve diventare un caso di studio, serio, approfondito, internazionale. Per chi progetta, per chi autorizza, per chi gestisce locali aperti al pubblico. Perché la sicurezza non è un costo, è un dovere morale.
La vera domanda finale, forse, è questa:abbiamo davvero fatto tutto il possibile per evitare che una notte di festa si trasformasse in una strage?
Se la risposta non è un sì convinto, allora il problema non è solo di Crans-Montana. È di tutti noi.
E per rispetto verso chi ha perso la vita, non possiamo permetterci che accada di nuovo.
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Condivido in pieno il tuo pensiero ,.
È il massimo di rispetto per il dolore di tutti i genitori che stanno vivendo quest’enorme tragedia !
Sono d’accordo