La plastica è davvero il problema? O stiamo mettendo in crisi proprio la soluzione?
- Francesco Carbone

- 31 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Ogni anno luglio viene associato alle campagne dedicate al Plastic Free. È un tema che ho affrontato più volte, perché ritengo giusto promuovere una maggiore attenzione verso l'ambiente e combattere l'abbandono dei rifiuti. Tuttavia, proprio mentre il dibattito pubblico continua a concentrare l'attenzione sulla riduzione dell'utilizzo della plastica, emerge una notizia che dovrebbe far riflettere tutti: la filiera italiana del riciclo della plastica è in forte difficoltà economica, nonostante il nostro Paese sia tra i più virtuosi d'Europa nel recupero degli imballaggi.

È un paradosso solo apparente. L'Italia ha raggiunto risultati straordinari, con oltre il 77% degli imballaggi avviati al riciclo, grazie all'impegno dei cittadini, delle amministrazioni locali e di migliaia di imprese che hanno investito in impianti e tecnologie sempre più efficienti. Eppure oggi molti di questi impianti faticano a sostenersi perché il materiale riciclato trova sempre meno mercato, mentre la plastica vergine, spesso prodotta in Paesi con costi energetici inferiori e normative ambientali meno rigorose, continua ad essere economicamente più conveniente.
La plastica non è il nemico
Su questo tema ho sempre avuto una posizione molto chiara: la plastica non è il problema. È uno dei materiali più versatili che l'uomo abbia mai sviluppato. È leggera, resistente, durevole, consente di ridurre il peso dei trasporti, aumenta la conservazione degli alimenti limitando gli sprechi ed è indispensabile in settori come la medicina, l'industria, l'automotive e l'elettronica. Soprattutto, è un materiale che può essere riciclato più volte, trasformandosi nuovamente in una preziosa materia prima.
Per questo motivo continuo a guardare con una certa perplessità alla tendenza di sostituire automaticamente la plastica con altri materiali, come la carta, senza una reale analisi tecnica del loro intero ciclo di vita. Non esistono materiali "buoni" o "cattivi": esistono materiali più o meno adatti alle diverse applicazioni. La vera sostenibilità consiste nell'utilizzare ogni materiale nel modo più intelligente possibile.
Il problema si chiama inciviltà
Quando vediamo immagini di spiagge, boschi o fiumi invasi dalla plastica è naturale provare indignazione. Ma è altrettanto importante individuare la vera causa del problema. La plastica non arriva da sola nell'ambiente. Sono comportamenti irresponsabili di una minoranza di persone a trasformare un materiale utile in un rifiuto che può rimanere nell'ambiente per decenni.
Non possiamo però permettere che l'inciviltà di pochi metta in discussione il lavoro di milioni di cittadini che ogni giorno effettuano correttamente la raccolta differenziata e quello di migliaia di aziende che investono nel recupero dei materiali. La risposta non può essere demonizzare la plastica, ma rafforzare l'educazione civica, i controlli e il rispetto delle regole.
L'energia è il vero nodo della competitività
C'è però un aspetto di cui si parla ancora troppo poco. Riciclare la plastica richiede grandi quantità di energia elettrica. Le operazioni di selezione, lavaggio, triturazione, fusione ed estrusione sono processi altamente energivori e, in un periodo caratterizzato da costi energetici elevati, rappresentano uno dei principali fattori di difficoltà per l'intero comparto.
È proprio qui che, a mio avviso, dovrebbe concentrarsi una seria politica industriale. Se vogliamo davvero sostenere l'economia circolare, dobbiamo mettere queste imprese nelle condizioni di essere competitive.

Una proposta per rafforzare il riciclo
Per questo ritengo che possa essere utile aprire un dibattito su una misura concreta: prevedere un costo dell'energia calmierato per le aziende impegnate nel riciclo della plastica, riconoscendo il valore ambientale della loro attività. A questa misura si potrebbero affiancare incentivi specifici per la realizzazione di impianti fotovoltaici industriali, sistemi di accumulo di grande capacità e altre tecnologie che consentano agli stabilimenti di aumentare la propria autosufficienza energetica.
Ridurre il costo dell'energia significa ridurre il costo del materiale riciclato, rendendolo più competitivo rispetto alla plastica vergine. Sarebbe un intervento capace di sostenere contemporaneamente l'industria, l'occupazione, la transizione ecologica e la competitività del nostro sistema produttivo.

L'economia circolare ha bisogno di una politica industriale
La transizione ecologica non può limitarsi a fissare obiettivi o introdurre divieti. Deve creare le condizioni affinché le imprese possano raggiungere quegli obiettivi senza perdere competitività. Se la filiera del riciclo entra in crisi, non vince l'ambiente: semplicemente torneremo a utilizzare una maggiore quantità di materia prima vergine, con un impatto complessivo ancora più elevato.
Per questo motivo credo che il tema non debba essere "meno plastica" a prescindere, ma più plastica riciclata, più tecnologia e più energia pulita al servizio dell'economia circolare. Difendere questa filiera significa difendere una parte importante della nostra industria, valorizzare gli investimenti fatti negli ultimi anni e dimostrare che sostenibilità e sviluppo possono davvero camminare nella stessa direzione.
Perché il vero nemico non è la plastica. Il vero nemico è lo spreco. Delle risorse, dell'energia e delle opportunità che abbiamo costruito con anni di ricerca, innovazione e senso civico.
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